visitato *loading* volte


Oggi ho fatto le pulizie. E questa, riconosco che non è una gran notizia.
Però, dopo averle fatte, mi sono seduta mezz'ora in terrazza. O meglio, sulla terrazza; nel senso che, non avendo voglia di pulire le sedie di plastica (una volta mi hanno spiegato la storia del livello di entropia nell'universo; io, chiaramente, non l'ho capito, ma mi par di avere intuito che non vanno fatte troppo pulizie. Credo), mi sono seduta per terra, sui mattoni caldi.
E pensavo. Che adesso la buona vecchia Lamù se ne va da Padova. Ed è un po' un colpo. Che a pensarci, nella mia testa Lamù e Padova sono indissolubilmente legate da dieci anni. E, pur con mutate circostanze e con l'intervallo romano, ha sempre fatto parte della mia quotidianità. E sarà dura, sapere che non è più a portata di spritz, chiacchiere, passeggiate, consigli, ceretta, riflessi per i capelli e riflessioni cosmiche.
E m'è venuto un po' di magone, al pensiero che -probabilmente- non ci succederà più di vivere nella stessa città, e quindi cambia tutto-parecchio-per sempre.
Poi però, ho alzato lo sguardo e ho sorriso. Che prima di partire, mi ha ceduto un sacco delle sue piante. Un olivo. Un'aloe, che però è in prestito (quando avrà casa, la rivuole). Due piante grasse. E io le ho messe in terrazza, vicino a Beatrice e Camilla e mi sa che dopo l'iniziale diffidenza hanno anche già fatto amicizia. E ho pensato allora, che in fondo va bene così. E ognuno c'ha la sua, di strada da fare. E anche la lontananza, che certo ha un suo peso, è una cosa con cui in fondo si può imparare a convivere.
Basta avere l'accortezza di lasciare qualcosa dietro di sé quando si va via, come Pollicino. Sorrisi. Ricordi. Qualche pianta.
Abbracci botanici a voi tutti.

L.
Di solito io vado in brodo di giuggiole per le targhe in italiano arabescato.
L'altro giorno però mi son fatta una risata per il motivo opposto.
Su porta Altinate ho notato -dopo esserci passata un'infinità di volte, ovviamente- una targa a dir poco fulminea.
"Porta espugnata. Ezzelino vinto". E la data.

Ora, confesso di ignorare quasi del tutto le coordinate storiche della vicenda. Ma, dico io, avete combattuto? Avete vinto? Ci sarà pure scappato il morto, no? Il contuso, suvvia.
Embè? Che vacche magre!
Almeno du' cosette a commemorare l'impresa! Un "con ardimentosa audacia e sovrano sprezzo delle nemiche alabarde". Oppure "levando alto grido di pugna, inane si difesero".
Che vi faceva male il braccio a scalpellare?
Mannaggia alla sintesi!
L.

Che voi forse non lo sapete, ma io ho fondato fior fior di Associazioni. Ecco, in effetti non si può dire contino molti iscritti, ma insomma come si dice pochi ma buoni.
Tipo, ho fondato l'Associazione Internazionale per la Difesa del Punto e Virgola. Mannaggia, non lo usa più nessuno!! E a me piace tanto, con quella sospensione indefinita, quel brivido leggero lungo la schiena, quel camminare in bilico tra il lampo di una virgola e l'innegabile tonfo di un punto. Inutile sottolineare il plus-valore che gli deriva dall'essere stato inventato da Aldo Manuzio. Mica Bobby Solo, dico io. E allora, di nascosto, con azione lampo e certo clandestina, quando faccio la correzione delle bozze dei libri che sto lavorando, spargo a punti e virgola a man bassa a ogni pagina, senza pietà per nessuno. Poi qualcuno me lo cassano pure, ma provate a trovarli tutti! Tiè.
Io sono, chiaramente, Fondatore, Presidente, Segretario generale a vita e Gran Califfo in pectore dell'associazione. E poi c'ho sei-sette soci. Ma fedeli, eh! Il buon A., ovviamente ha sempre la tessera numero uno, che non si esime mai e a volte mi chiedo perchè e poi mi trovo la risposta da sola e rido sotto i baffi.
Poi ho fondato il Club di Protesta per la Metrica Truffaldina nelle Italiche Canzoni. Che se c'è una cosa che mi insusta è quando nelle canzoni barano gli accenti delle canzoni per far tornare la metrica. Un esempio? In Samarcanda di Vecchioni ci sono due versi che fanno "Ho cantato insieme a te tutta la notte/ corri come il vento che ci arriverà" ma per far tornare la metrica nel primo verso, sei costretto ad accentare "tuttà la notte". Che voi dite, nient'altro da fare, Lucy( in trentino "te gh'è bon temp")? E c'avete ragione, ma io dico Santa pace, fai il cantautore? Sì. Cosa devi fare quindi nella vita? Scrivere parole e musica e farli andare a braccetto. E allora, Maria Stuarda, fallo bene e non barare che è come uno che fa il portiere e inchioda con le assi mezza porta. Oh.
Detto questo, son mica tarda. Ho già messo nel conto che una certa percentuale di voi, dopo aver letto questo post, non sarà più esattamente desiderosa di frequentarmi (chi non ha già smesso di farlo, intendo dire). Chi invece fosse smanioso di tesserarsi, basta dirlo. Riceverete a giro di posta Tessera+Bacio in fronte.
Saluti.
Lucy

Mi sono resa conto l'altro giorno che negli ultimi tempi m'è venuta una gran curiosità delle vicende passate della mia famiglia.
Qualche settimana fa son persino andata in uno sperduto paesino della campagna veneta a cercare la tomba della mia bisnonna. E l'ho trovata, ma il nome era scritto in modo strano. Si chiamava come me, con un'h di più ma non in fondo, come al limite ci si potrebbe aspettare, ma dopo la S. E allora ho pure telefonato a mia mamma, e a mio zio, e a mia nonna, per sapere come mai. E poi mi son fatta mostrare l'albero genealogico fatto qualche anno fa da un altro zio tachentissimo, che ha pure scassato i cabasisi ai parenti emigrati in Australia perchè completassero i rami di loro pertinenza con tutti gli ultimi nati.
E poi mi son fatta mostrare le foto di quando mio nonno era bambino e dei suoi fratelli e sorelle e le zie zitelle che gestivano l'ufficio postale del paese e sapevano i fatti di tutti, e una loro sorella che aveva una gioielleria e quando le portavano un orologio da aggiustare lei lo scuoteva vicino all'orecchio e poi diceva immancabilmente Tzk tzk, qui è partito il bilanciere. Pure se era rotto il vetro, che tanto il bilanciere era il pezzo più caro da sostituire. E poi pure il proto-prozio (ho perso il filo, non so più chi fosse), che andò in guerra nel '15-18 e si annoiavano talmente nelle trincee sul Carso (quando non andavano agli assalti alla baionetta) che lui e i suoi commilitoni fecero una colletta e poi lui andò in permesso a Bassano a comprare un organetto così canta che gli passa. E il nonno di mia madre, che quando lei era piccola, ogni anno quando c'era sul Monte Grappa la messa per i caduti della Prima Guerra le diceva, Domani ci alziamo presto e andiamo insieme alla messa dei miei amici caduti. E poi si alzavano all'alba, partivano e lui perdeva sempre la strada e arrivavano sempre a messa finita. Ma SEMPRE vuol dire SEMPRE. Ogni santo anno. Non l'hanno mai vista, quella messa. E allora pensi, forse lui in fondo al cuore, non se la sentiva davvero di andare a quella commemorazione e alla fine, com'è come non è, finiva sempre per sbagliare strada e arrivare tardi.
E mi perdo ad ascoltare queste storie, e mi sembrano cose che messe tutte in fila farebbero una specie di Cent'anni di solitudine in tocio veneto.
E invece l'altro ramo della famiglia ha pure delle memorie scritte da mio nonno. Che con spirito pratico, pazienza e lungimiranza, prima di morire scrisse un tomo sulla sua vita. Il secondo lo fece scrivere a mia nonna sulla sua di vita e poi ne scrissero credo altri due o tre sugli eventi della loro vita in comune. Mica con velleità editoriali ma così, per lasciare testimonianza ai nove figli. E mio padre li ha pure salvati, 'sti tomi, che quando c'è stata la spartizione dell'eredità lui se li è fatti dare e li conserva.
Che dico, santa pace, io ho il sangue di tutte queste persone, e allora sarà meglio sapere di che ingredienti son o impastata, no? E metti che un giorno pure Cipollo lo voglia sapere, sarà bene essere attrezzati. Che quello già si vede, che ci sparerà le domande in faccia come pallottole.
Mica possiam fare la figura dei gnampi, dico io.

Ecco.
L.
Beh, insomma. Pure qui a Padova in epoca fascista vennero sventrati dei quartieri medievali (un po' come per la costruzione di via della Concilizione a Roma o di piazza Italia a Trento).
A. andando per biblioteche ha trovato riportata la motivazione delle demolizioni che si volevano fare per creare lo spiazzo di piazzale Insurrezione.
Sentite qui come vengono definite quelle zone: "cupi angiporti ove Venere Pandemia stracca le reni ai nipoti di Antenore".
Rileggetelo per cortesia, e commuovetevi.
BELLISSIMO!!!! Tutto per dire che ci stavano le signorine?

L.

Ultimamente, io e A. abbiamo scoperto un locale nuovo. Che nuovo si fa per dire, visto che esiste da quasi cinquant'anni. E' una trattoria un pò in campagna dova fanno pesce buono a prezzi onesti.
La cosa però che ci fa ammazzare dalle risate sono Loro. Gli Osti. Sembrano Mangiafuoco e signora. Peseranno un quintale l'uno e si aggirano per i tavoli goffi, ironizzando sulle pretese degli avventori (Ancora pan? Ma se' pèzo dei muràri! Trad. per i non veneti: Volete ancora pane?? Ma siete peggio dei muratori!!) e scansando il cane che si accuccia sotto i tavoli e talvolta sopra le sedie.
Dire che sono rùsteghi è decisamente un eufemismo. Le si aggira enorme sbocconcellando sempre qualcosa quando esce dalla cucina e rimbrottando il marito che non sta mai zitto e intrattiene gli ospiti raccontando aneddoti spinti, storielle sulla vecchia Padova e facezie di ogni tipo. Ieri, per dire, avevano fatto della carne alla griglia e c'era in sala un fumo incredibile. A. allora, notevolmente brillo, ha apostrofato l'oste dicendo "Ma no 'a gh'avì 'a cappa??" (Ma non avete la cappa?).
E l'oste: "Non stà dirmeo! Se 'a taco, vien un vento de l'ostrega e ciùcia su tutto 'l caldo!". (Non parlarmene! Se la attacco, viene un sacco di vento in sala e porta via tutto il calore). Dopo un attimo la avvia e infatti le tovaglie sventolano e cominciano a brinarsi i vetri delle finestre...
Insomma, un posto così.
Per ora ci siamo stati solo in inverno. D'estate però hanno i tavoli sotto una pergola di vite e si cena all'aperto.
Si accettano prenotazioni da chi venisse a trovarci...
L.
L'inizio d'anno è spesso occasione di bilanci. Io ne ho fatti pochi, a dire il vero, che le somme si tiravano da sole. Diciamo che se molte delle persone sentite per gli auguri in queste settimane hanno commentato su quest'anno appena passato Anno bisesto anno funesto, beh io invece non posso che augurarmi un 2009 uguale al 2008. Sotto tutti i punti di vista.
A voi tutti, che siate in attesa di un anno che vi riscatti dalle sfighe degli ultimi 12 mesi o che siate invece soddisfatti come me, un abbraccio.
Peraltro, ho appena deciso che d'ora in poi, i bilanci si faranno ogni 22 marzo.
Così, tanto per cambiare.
Lucy.

Che questo è periodo strano (e non voglio fare il conto di quante volte ho già scritto queste stesse parole nel blog).
Intanto, c'ho problemi di equilibrio. Proprio fisico, intendo dire. Che son caduta dalle scale quattro volte in tre giorni e allora mi son chiesto se potesse essere narcolessia e mi hanno risposto che son solo cretina.
E allora per ripicca sono andata a comprarmi degli stre-pi-to-si collant a righine di tutti i colori. Che nell'espositore accanto ce n'erano di ancora più allegri ma non trovavo la taglia e ho chiesto alla commessa che mi ha guardato con pietà dicendomi "Quelli sono 0-8 anni....." e allora ho fatto la gnorri e poi ho preso li unici a righe da adulti e uscendo ho pensato a mia madre che mi dice, Ma quelle cose te le dovevi mettere a 16 anni quando ti vestivi solo di blu.
Mai più stata seria come quando avevo 16 anni, in effetti. Che l'università temo sia stato un inesorabile scivolo verso inaspettati lidi di bizzarria e biciclette coi fiori e scarpe viola e azzurre. Che poi, se continuavo ad essere seria come alle superiori, finivo suicida a 25 anni, lasciando biglietti tipo "Verter me fà un baffo".
No no, meglio così. E ieri sera con li collants brucolini ce so' pure annata a un concerto. E tutti me guardavano le calze. E io ero contenta, finchè A. non mi fa: mica è detto che le guardino perchè sono belle. Cioè, non è andata davvero così. Ma quasi.
E l'altro giorno ho sognato una casa piena di giocattoli ma inquietanti e che l'editore mi firmava il visto per la stampa sulle lenti degli occhiali e questo voleva dire che ero assunta. Uno mica può fare sogni così e poi essere una persona equilibrata di giorno, dico io.
E' che sono vittima del mio mondo onirico.
Credo.

Lucy
Venerdì sera, prima lezione di ballo. Età media, 67 circa. Anche perché, per fare l’en plein del demodé, noi abbiamo scelto il turno dei vecchietti, 20-21.30. Che poi, a quello 21.30-23 c’è anche qualche giovane e noi l’abbiamo chiaramente snobbato.
Allora, siamo 3 coppie più due tizie tremende spaiate (e guardandole capisci perchè). Il tipo più coreografico del corso, s’è già capito che sarà lui: il Tricheco. Baffoni da leone di mare, portamento elegante da foca con la colite. Il maestro per aiutarci, ci dà il tempo scandendo un-due-tre-un-due-tre. Dopo un po’, molti vanno fuori tempo. Lui, al primo”uno” è già drammaticamente in ritardo. Sempre. Al secondo valzer aveva già procurato lesioni gravissime al tarso-metatarso della moglie, con curioso suono di biscotti sbriciolati.
Il maestro mi ha preso poi come valletta per illustrare la posizione di ballo uomo-donna. Io nel frattempo mi guardavo con impegno i piedi per non soffermarmi sulle molteplici catene d’oro che intinnavano al suo polso e sul suo petto. Un po’ di tamarraggine ci sta col liscio, suvvia.
Insomma, abbiamo imparato i primi passi.
Inutile sottolinearlo.
Siamo già i Principi della Mazurka.

Lucy
.jpg)
Una rotonda sul mare
Segnatevi questo posto: Oratorio Don Bosco. Perché stasera, l’abbiamo fatto. Io e A. ci siamo iscritti ad un corso di ballo liscio.
Siamo arrivati all’oratorio e c’era un delirio di posteggi, motorini, macchine, attempati gentiluomini, dentiere, sedie a rotelle, arsenico e vecchi merletti. Noi entriamo con l’aria un po’ spaesata e subito una matrona ci viene incontro con aria amabile: “Buonasera. I giovani sono di là [indicando due panchine accanto alla porta]. Qui ci sono solo i vecchi che si iscrivono ai corsi di liscio.”
Noi [avvampando] “Beh. Ecco, sì. In effetti. Noi saremmo qui proprio per ballare il liscio”.
Lei – presa alla sprovvista – “Ah, ehm. Bene. Allora andate da quel signore. Quello coi capelli bianchi”. Come se fosse un dato indicativo.
Insomma, vabbè, alla fine ci siamo iscritti.
Venerdì sera, vai col liscio. E’ già scattata la complicità tra “noi del giro”: si sono offerti di passarci sotto banco partite di polke clandestine, mazurke fuorilegge e cha cha cha di contrabbando.
Io, chiaramente, ho già concepito progetti chiarissimi. Credo che nel giro di qualche lezione sarò pronta per vestirmi esclusivamente in stile charleston, con i vestitini scivolati, i cappelli flosci e le collane fino alle ginocchia. Oppure è la volta che mi compro il famoso cappello a tricorno alla Ammiraglio Nelson.
E il buon A., direte voi?
Quanto prima.
Ghette.

Lucy

E' incontrovertibile. E' autunno, ormai. E questa è una cosa che non capisco mai, non mi riesco proprio a rassegnare. Pure quando ero bambina.
Nel senso, mi coglie sempre un pò...dis-assata il fatto che l'estate non sia una curva gaussiana. Quelle a campana, per capirsi. Che io, mi aspetto sempre che ci si avvicini piano piano all'apice, cioè Ferragosto, e poi ci sia un'altrettanto lenta discesa. Una sorta di dolce scivolo verso la ripresa della scuola, del lavoro. E invece no, l'apice coincide praticamente con la fine. Che il giorno dopo Ferragosto è già praticamente autunno, e il fatto che manchi ancora metà agosto è una presa per il culo.
L'estate finisce l'istante dopo il brindisi di Ferragosto, cari miei. E a me questa cosa non piace. L'unica sarebbe cambiare prospettiva, e cominciare a vedere ferragosto non come l'apice dell'estate ma come la sua festa conclusiva.
Oppure. Oppure un'altra soluzione c'è.
Spostiamo Ferragosto al 15 luglio?
Meglio.
Si si.
Lucy
![]()
Ogni giorno passo in bicicletta davanti alle cliniche universitarie. L’altro giorno, sfrecciavo (nientemeno) verso casa, quando ho visto che qualcuno aveva letteralmente tappezzato duecento metri di strada con fogli A4 su cui c’era scritto un messaggio univoco quanto incontrovertibile.
“Marie, ti amo”.
Con la virgola, eh. E questi cartelli erano appesi agli alberi, ai pali della luce, sulla fermata del bus, sui guard rail, sotto i tergicristallo delle auto, nei cestini delle bici parcheggiate. Uno stormo.
E io, mentre passavo sorridendo a tale dimostrazione di follia (amorosa), già m’ero fatta in testa una storia complicatissima, di un amore tra un ragazzo italiano e una ragazza erasmus francese prossima alla partenza, e lui che cercava di dissuaderla ululando al mondo tutto il suo amore. No Marie, non partire, non raggiungere quell'infame di Francois!
E mi chiedevo, ma come sarà Marie? Una provenzale sorridente? Una bretone severa? Una parigina un po’ snob? Una nizzarda con i capelli salati di mare?
Sono ancora qui che me lo chiedo.
Lucy
Questo fine settimana siamo scesi a Roma a recuperare tutte le cose lasciate da Pollon dal Trasloco-Episode One.
Sabato sera, passeggiando per la Garbatella, un scenetta in romanesco stretto STRE-PI-TO-SA.
Un vecchietto scende a portare la monezza. Un suo vicino di casa, in quella arriva e parcheggia.
“A Nenè, ‘do sei stato?”
“So’stato alle terme di Caracolla, alla Festa dell’Unità. Ma non c’annare, eh!”
“Ah no, e perché?”
“Eh. Pe’ magnà, se magna. E’ che SE PAGA!!”
”Ah Nenè. Nun ce stanno più, li comunisti de ‘na vorta…”
Noi stavamo a morì…..
Lucy
Ogni mattina, passo per il centro della città. Il posto dove lavoro sta in una classica via di Padova, i portici ombreggiati di qua e di là, palazzi storici -o quantomeno vecchi- a fiancheggiarla.
Uno di questi palazzi, però, è moderno. Ed è pure brutto. Certo costruito sulle fondamenta di uno più antico, per non stridere troppo con quelli circostanti, è tutto in mattoni e, sempre in mattoni, hanno pure fatto il portico, con bizzarri archi a sesto acuto pseudo-neo-moresco. Per capirsi. Se avete capito.
Vabbè, insomma, su ‘sto palazzo moderno hanno messo uno di quei mascheroni di marmo che spesso ornano le facciate dei palazzi barocchi e che probabilmente stava sull’edificio preesistente. Solo che, a guardarlo, ‘sto faccione antico, sul palazzo del novecento c’entra come i cavoli a merenda: si vede che è imbarazzato a stare in quel contesto nuovo. E incongruo. Ecco, quel mascherone barocco sono io in questo periodo.
La Lucy vecchia, presa e impiantata in un posto nuovo. Mi faccio buffo da sola.
Poi mi ambiento, lo so che mi ambiento.
Ma mi stupisco che i passanti non mi fermino per strada a salutarmi e chiedermi “Oibò, signorina Lucy, ma è tornata?”.
O almeno a chiedermi un autografo, dico io.

Lucy
oggi
luglio 2009
giugno 2009
maggio 2009
aprile 2009
marzo 2009
gennaio 2009
novembre 2008
ottobre 2008
settembre 2008
luglio 2008
giugno 2008
maggio 2008
aprile 2008
marzo 2008
febbraio 2008
gennaio 2008
dicembre 2007
novembre 2007
ottobre 2007
settembre 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
agosto 2006
luglio 2006
giugno 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
agosto 2005
luglio 2005
giugno 2005
maggio 2005
aprile 2005
marzo 2005
febbraio 2005
gennaio 2005
dicembre 2004
novembre 2004
ottobre 2004
settembre 2004