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A me piace molto, Marco Paolini. C'ha quella faccia dannatamente qualunque, quell'aria da anonimo giornalaio sotto casa. Ma quando parla, poi, ti inchioda. Mi fulminò anni fa, insieme a migliaia d'altri, quando fece il Vajont in tivvù. L'ho visto poi due volte, dal vivo.
Una delle due volte, era alla Notte Bianca, il settembre scorso. Fece un pezzo breve, credo che si chiami "Cipolle e libertà", che mi è tornato in mente oggi. Parlava di Gelmino (come sempre una storia vera), per una vita operaio alla Riello. La sua vicenda era interessante perchè in filigrana si leggevano un sacco di cose, tra cui la trasformazione di un'area tradizionalmente agricola come il Veneto in una zona ad alta densità industriale, e le ovvie conseguenze sociali. La cosa che mi è rimasta più impressa, era però la sua caparbia opposizione a molti modelli che in ambito lavorativo cercavano di imporgli, come gli straordinari: "Perchè il tempo è denaro, sì, ma il denaro non è mica il tempo." In particolare, la sua critica (fatta con occhi increduli, ci scommetto che erano increduli) alla smania di guadagno sempre maggiore dei padroni.
Una delle frasi ricorrenti del monologo era infatti, riferita ai guadagni che si vogliono raggiungere: "Fissa un limite. Alto, per carità. Ma fissa un limite. Dopo, basta".
Lo capisco, lo vedo che c'è dell'ingenuità in questa posizione. La giusta dose di ingenuità, o meglio semplicismo, di cui ha probabilmente bisogno un racconto orale per colpire, e restare impresso. I massimi sistemi, in certi contesti confondono. Ma c'è anche altro. Un fondo di verità, questo è sicuro.
Lo pensavo oggi, mentre guardavo dalla finestra l'editore per cui lavoro. Perennemente affannato. Incazzato. Incattivito. Invecchiato. Inasprito. Miliardario e poro can insieme.
Ce l'ha pure lui, un motto.
"Non bisogna risparmiare. Bisogna guadagnare di più".
Non vi vengono i brividi? A me sì.
Lucy
Qualche giorno fa al lavoro mi è successa una cosa bella.
Eravamo in un attimo di pausa con le ragazza -mangiavamo gelati e facevamo raffreddare le orecchie - quando squilla uno dei nostri telefoni. E' una cosa strana perchè, visto che noi passiamo il tempo a telefonare all'esterno, tutti hanno il divieto di chiamare i nostri interni e di ingombrarci le linee, al massimo ci mandano un'email.
Risponde il mio capoufficio e, perplessa, mi passa la chiamata. Era la ragazza del centralino che, con aria esitante mi fa: "Guarda, scusa se ti disturbo ma ho in linea una ragazza-ponte che deve assolutamente parlare con te."
"Una cosa?"
"Si è presentata come una ragazza-ponte..."
"Al massimo io conosco le ragazze-cubo, le ragazze ponte ancora mi mancano. Vabbè, passamela"
Al telefono mi risponde una ragazza dalla voce adorabile che mi fa: "Buongiorno, sono Roberta, una ragazza ponte"
Di fronte al mio sconcertato silenzio, mi spiega l'arcano.
Io da parecchi giorni provavo a chiamare un numero di cellulare di un tipo che aveva chiesto informazioni. Il cellulare squillava, ma lui non rispondeva mai. Allora, dopo qualche giorno, gli ho scritto un'email, visto che aveva lasciato l'indirizzo, per sapere se ci fosse un altro modo per mettermi in contatto con lui.
Il tipo non rispondeva perchè è sordo-muto. Nell'email, ovviamente avevo lasciato tutti i recapiti della casa editrice.
Di conseguenza, (e qui salta fuori il ponte), si era messo in contatto con me tramite Roberta. Che, attenzione, non è la sua dirimpettaia. E' un'operatrice di un'associazione che aiuta i sordomuti a sbrigare le cose che non possono fare da soli per telefono.
Funziona così: il tipo si è connesso a internet, è entrato nel sito dell'associazione, di cui è utente abituale, si è collegato in chat con Roberta e le ha spiegato chi doveva chiamare e perchè.
Lei allora ha chiamato me e mentre io dialogavo con lei, lei scriveva quello che le dicevo al tipo e in tempo reale mi leggeva le sue risposte.
E' un servizio gratuito. Avete mai pensato quante cose non può fare un sordo che viva da solo? Chiamare un taxy. Chiedere l'orario di un ufficio pubblico. Chiamare in negozio per sapere se le scarpe che aveva ordinato sono arrivate. Ordinare una pizza.
A me è sembrata una cosa meravigliosa.
Se mi stufo di abbonare poeti, vado pure io a fare la ragazza ponte.
Deciso.

Lucy
Raccogliendo il suggerimento implicito di un amico, stilo a mia volta la mia personale lista dei cinque libri importanti per l'esistenza:
- Ossi di seppia, di Eugenio Montale. C'è tutto il Novecento, lì dentro. Ci sono tutte le inquietudini che ciascuno di noi non può fare a meno di provare. Mi permetto una citazione a memoria Non chiederci la parola che squadri da ogni lato l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco lo dichiari, e risplenda come un croco perduto in mezzo ad un polveroso prato.
- Pippi Calzelunghe, di Astrid Lindgren. Una geniale invenzione di fantasia e libertà, il libro che ancora adesso mi consola quando sono triste.
- Il piacere, di Gabriele D'Annunzio. Per motivi affettivi, psicologici e nostalgici. Perchè quando sono in giornata, io sono contemporaneamente Andrea Sperelli, Elena Muti e Maria Ferres. Ambientato in una Roma torbida, decadente e bellissima.
- Quel che resta del giorno, di Kazuo Ishiguro. Perchè Stevens sono io, quando non sono Andrea Sperelli. Perchè tutte le volte che leggo le ultime due pagine e mezzo, piango. E poi sono felice felice.
- Amleto, Shakespeare. Ritornano motivi affettivi e nostalgici. Perchè alcuni versi, hanno fatto prendere una piega diversa alla mia vita.
Siete pubblicamente e ufficialmente invitati a commentare inserendo la vostra lista, anche senza le motivazioni.
Dai su, Pollon, Lamu, Hobbes, Britta, Aurelie, Ema, 943, 1944, Traminer (se passa), P. (che so che passa), Demonia, Renzì, voi che commentate occasionalmente e voi che vi guardate bene dal commentare.
Su, ci mettete tre minuti.
Se non lo fate, siete antipatici.
Ecco.
Lucy
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